IL TIMORASSO AL VINITALY
di Samuel Cogliati
Il Timorasso non avrà conquistato una rinomanza
internazionale, e in fondo molti lo considerano - a
ragione - un vino "di nicchia", con i suoi
quaranta ettari vitati in produzione e la sua identità
locale. Dati che relegano, o forse proteggono, questa
varietà di uva bianca in una stretta porzione
di terra tortonese.
Il Timorasso resta un'emanazione della vita contadina;
per lungo tempo è rimasto nascosto nell'àmbito
casereccio, oltre che locale. Negli anni ottanta ha
sporto timidamente il naso nel mondo dei vini da bottiglia;
gli anni novanta ne hanno sagomato una fisionomia in
parte nuova. Grazie a viticoltori come Walter Massa
e Andrea Mutti, questo vino si è avvicinato a
una più matura espressione delle sue potenzialità.
Curiosamente, lo ha fatto nel decennio in cui molti
altri vini vedevano distorti la propria silhouette o
il loro carattere inseguendo suggestioni estranee. Ricercando
una motivata concentrazione - la stessa che ha minato
varietà che mal la sopportano -, il Timorasso
ha dato prova di doti rare. Gli associati del Consorzio
Piemonte Obertengo producono vini ad alta gradazione
alcolica (13 per cento e oltre), che superano 24 grammi/litro
di estratti, dotati di una forte acidità (tra
6 e 7 per mille) e di un pH basso (tra 3,15 e 3,25).
Sono dati analitici da fuoriclasse, che si condensano
in una mineralità naturale d'eccezione. Il Timorasso
costruisce così una struttura poderosa senza
scadere nella pesantezza, un privilegio raro. Nel suo
caso, una maggiore concentrazione non significa sommare
materia alla materia, ma probabilmente far salire proporzionalmente
la carica espressiva di un vino verace, con i muscoli
del lavoratore, non del body-builder.
Alcuni produttori del Tortonese hanno dato vita a una
prima degustazione comune di Timorasso allo scorso Vinitaly.
L'occasione eccezionale per godere di una panoramica
di ciò che questo vino sta costruendo da dieci
anni a questa parte. Abbiamo raccolto qualche succinto
appunto di degustazione. Un assaggio che vorremmo sviluppare
con calma in futuro.
Il Filari di Timorasso Boveri 2004 ha un naso viscerale,
crudo, fisico, dalla coinvolgente ampiezza aromatica,
austero senza essere cupo. In bocca è intenso,
severo ma filante; contrappuntato da una dolcezza accennata,
che evoca un impercettibile residuo zuccherino - forse
una suggestione anziché un'effettiva presenza.
Il Terre del Timorasso Ricci 2003 rivela una componente
vegetale più verde e pungente; ha tra i profumi
un suggerimento dolce, è già aperto e
minerale. La bocca, slanciata tra acidità e morbidezza,
è dotata di una sobria linearità; appena
amarognola, mostra un accenno di diluizione centrale,
coerente con l'annata, che ha concentrato più
l'alcol che gli estratti.
Il Ronchetto Paolo Poggio 2003 ha un profumo grasso,
soffuso e ancora fermentativo; è più accessibile
dei precedenti e a tratti dimostra un'unità meno
compiuta. In bocca gli agrumi guidano una dinamica morbida,
appoggiata con misura, mai cedevole.
Il Sassobraglia Val Borbera 2004 proviene da un'area
periferica del comprensorio. L'impatto olfattivo di
carne è contrastato, floreale, spinoso, appena
sfuggente. La stessa carnosità macerata e amarognola
si ritrova in una bocca non propriamente lineare, con
accenni di brioche e forse un sospetto ossidativo.
La Colombera di Pier Carlo Semino 2004, al contrario,
mette in luce un naso trasparente, acidulo, con tocchi
vegetali, pungente ma largo, con qualche tratto fenolico.
Secco, morbido, tosto in bocca, ha un candore agrumato,
arriva lontano grazie a una energica combinazione tra
morbidezza e acidità. E' un vino più immediato
di altri, ma il suo spunto cremoso nel finale è
tutt'altro che scontato.
Il Derthona Claudio Mariotto 2004 è chiuso al
naso, minerale (ostriche), ostinato e quasi opaco. Salino
in bocca, è coadiuvato da un'opulenza conclusa
da un gradevole finale di liquirizia. La sua morbidezza
è affascinante e sempre unita.
Il 2001 dello stesso produttore inizia su note di carne,
brodo, lieviti, ceci, farina e un accenno quasi ossidativo:
è un vino maturo, probabilmente non dotato della
stoffa del '04. In bocca anice e frutta candita ne rivelano
l'età; il tenore alcolico lo spinge verso una
conclusione grassa e aromatica, profumata di formaggio,
che denota una fase di lieve affaticamento.
Il Derthona Castagnoli Andrea Mutti 2004 oppone un naso
chiuso, sassoso, di ferrea impostazione, tra frutta,
anice e zafferano. In bocca è soffice, largo,
severo ma accogliente, limpido; la sua grassa fluidità
è il segno di una beva dinamica, eppure il vino
è così fitto da arrivare davvero lontano.
Il Costa del Vento Walter Massa 2004 ha la carne tra
i profumi, è libero, pungente con avvincenti
contrasti di vernice e lieviti che Mutti non concederebbe
alle proprie disciplinatissime creature. La struttura
gustativa è poderosa, densa, solida, ma la sua
caparbia mineralità - che evoca un grand cru
di Chablis - lo tiene sempre alto sulla lingua portandolo
in là.
Di tutt'altra fisionomia il 2003, caldo, amarognolo,
appena mieloso e segnato dalle croste unite del pane
e del formaggio. In bocca il calore dell'annata si avverte
senza mediazioni, con qualche sentore bruciaticcio e
una materialità alcolica quasi sfacciata. Chiude
su note di colla e se la grazia non è il suo
punto di forza, non è un vino che si dimentica
con facilità.
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